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La funzione inferiore personale e l’ombra collettiva

1. La tipologia psicologica e la funzione inferiore

Cominciando a studiare il modo in cui è strutturata la coscienza, Jung si impegnò con il problema che Friedrich Nietzsche e William James avevano già riconosciuto una generazione prima, mettendo in discussione l’identità della coscienza come unità, sostenendo che ci si orienta verso la realtà non attraverso un punto di osservazione fisso, ma attraverso una serie di prospettive. Jung attraverso un lungo e meticoloso lavoro di comparazione è riuscito a descrivere quattro funzioni della coscienza ( utilizzando un linguaggio che riflette il pragmatismo di James) e due atteggiamenti ( qui possiamo sentire l’influenza del prospettivismo di Nietszche).

Parliamo di pensiero (funzione logico razionale), opposta al sentimento ( funzione razionale che assegna giudizi di valore all’oggetto); sensazione (funzione non razionale, percettiva che osserva mediante i sensi corporei) opposta all’intuizione (funzione non razionale, percettiva che osserva mediante i sensi psichici, che osserva le possibilità). Intendiamo come due atteggiamenti quello introverso che vive principalmente attraversando il mondo interiore, e quello estroverso che vive attraverso il mondo esterno.

Nel corso della giovinezza sviluppiamo principalmente una funzione, differenziandola dalle altre che rimangono inconsce e sarà quella che identifichiamo spesso come la nostra coscienza e che chiamiamo funzione superiore e se siamo più o meno brillanti ne differenziamo una seconda che chiamiamo ausiliaria e raramente alcuni individui riescono a costruire un importantissimo ponte che porta da un opposto all’altro, in un processo che nei sogni molto spesso compare attraverso i simboli della rinascita, differenziando la terza funzione. La quarta funzione è quella che rimane inconscia ed è opposta alla funzione principale ed è la porta aperta sul nostro inconscio. La si può avvicinare, solo se sappiamo costruire quel ponte accennato in precedenza, tuttavia essa rimarrà sempre inferiore, più lenta da educare, e un accesso alle immagini dell’inconscio utili per il processo d’individuazione, il processo unico ed irripetibile di divenire ciò che siamo. Gli atteggiamenti introverso od estroverso costituiscono l’orientamento di queste funzioni e si distribuiscono nella personalità secondo la legge della compensazione: se la funzione superiore è introversa, la funzione inferiore sarà estroversa.

Le funzioni che rimangono inconsce, si esprimono appunto in modo inconscio e spesso portano con sé vizi e negatività che chiamiamo male e costituiscono la parte ferita e nascosta della nostra personalità. Nostro compito è differenziarle dall’inconscio e gestirle con coscienza.

2. La somma delle funzioni inferiori e i conflitti sociali

C.G. Jung e M. Louise Von Franz ripetono nei loro scritti e seminari che la piccola porta aperta della funzione inferiore di ogni individuo contribuisce alla somma di male collettivo nel mondo. Lo poterono osservare molto facilmente in Germania quando il demone lentamente travolse la popolazione con il movimento nazista. Ogni tedesco conosciuto a quel tempo da Jung e Von Franz che caddero nel nazismo lo fecero a causa della loro funzione inferiore. Per esempio il tipo sentimento fu convinto degli “stupidi” argomenti della dottrina di partito a causa della lontananza della coscienza dalla sua propria funzione inferiore; o per esempio il tipo intuitivo fu convinto dalla sua dipendenza dal denaro dovuta alla sua sensazione inferiore: non poteva rinunciare al suo lavoro e non vedeva come risolvere il problema dei soldi, così doveva rimanere dove stava nonostante il fatto che non potesse essere d’accordo, e così via. La funzione inferiore fu per ogni persona la porta attraverso la quale una parte di questo male collettivo poté accumularsi. Si potrebbe dire che tutti coloro i quali non avevano lavorato sulla propria funzione inferiore contribuirono a questo disastro generale, in una piccola misura, ma tuttavia, la somma di milioni di funzioni inferiori costituisce un demone enorme. Per questo la propaganda contro gli ebrei fu elaborata in modo molto furbo: per esempio gli Ebrei venivano insultati come intellettuali distruttivi, cosa che convinceva i tipi sentimento, come proiezione del pensiero inferiore. O venivano accusati di essere degli avidi affaristi; cosa che convinceva completamente l’intuitivo, perché rappresentavano la sua funzione inferiore e ora sapevano dove il demone fosse, trovando oggetti apparentemente adeguati alla loro proiezione della funzione inferiore, di aspetti inconsci e di ombra individuale. La propaganda usava i normali sospetti che la gente nutriva nei confronti degli altri a causa della propria funzione inferiore. Così si può dire che dietro ogni individuo la quarta funzione non è soltanto una sorta di piccola deficienza: la somma di queste, se proiettate all’esterno, nella ricerca del capro espiatorio, è responsabile di una tremenda quantità di conflitti; la somma di queste costituisce l’Ombra collettiva.

La colpa psicologica collettiva è una tragica fatalità: ogni individuo porta con sé una funzione inferiore dalla quale può essere agito in piccola o grande misura il male. Di certo la colpa collettiva non va confusa con quella personale. Sul piano personale la questione psicologica dell’auto-conoscenza è un problema dell’ordine della responsabilità individuale. Essa pesa più o meno sulla colpa collettiva, sull’Ombra collettiva proporzionalmente all’integrazione di aspetti d’ombra nella propria personalità.

L’individuo che riconosce la propria funzione inferiore come colpa collettiva, contribuisce in misura minore ad essa. Ognuno è collegato tramite lo strato inconscio del nostro essere umani, agli altri.

3. La responsabilità individuale e la comunità

L’opera di Jung si basa su di un epistemologia della coscienza, secondo la quale la personalità segue linee di sviluppo che attraversano la danza degli opposti universali.

I temperamenti umani sono estremamente diversi tra loro, anzi persino opposti, e la psicologia ci ricorda che in una comunità ciò che giova ad un tipo psicologico può danneggiare il suo opposto.

Ogni circostanza straordinaria fa emergere tanto la bontà, quanto la malvagità dell’uomo. Il grado di sviluppo della personalità, è il veicolo dello spirito comunitario. Il metodo della psicologia del profondo si rivolge alla maturità e responsabilità del singolo. Quegli individui in grado di assumersi la responsabilità di se stessi, saranno anche consapevoli dei loro obblighi verso la comunità.

La comunità non è di per se un fatto positivo, poiché essa è la somma delle singole personalità degli individui e quindi la media dello sviluppo spirituale del singolo.

Quando per esempio il singolo venga incitato ad un altruismo soprannaturale, l’interesse personale ed egoistico ricompare in forme disumane nella collettività, perché gli istinti non si possono scacciare o reprimere totalmente. Uno smisurato sacrificio dei singoli cittadini a favore della collettività non è giustificato, ma appartiene ad una propaganda che nasce da coscienze eccitate e scisse dalla radice naturale ed emotiva del .

4. Il fascino del male e la ricerca del capro espiatorio

Lo scalpore suscitato da ogni delitto e l’appassionato interesse con cui si segue la caccia al colpevole, provano che tutti vengano eccitati dal crimine. Si entra in sintonia e ci si immedesima nel delitto, cercando di capirlo e spiegarlo. Si accende una piccola scintilla di quel fuoco del male che è divampato nel delitto. Già Platone sapeva che la vista del brutto produce un brutto effetto nell’anima. Ci si sdegna contro l’assassino e se ne invoca il castigo, e si è tanto più decisi, accaniti e spietati in questo, quanto è più corposa la scintilla del male che arde nell’animo. Il crimine sveglia il male inconscio in noi. Attratti dall’irresistibile fascino del male, concorriamo a rendere possibile una parte del crimine. La contaminazione con l’Ombra collettiva è inevitabile, qualunque sia il nostro atteggiamento cosciente. Se manifestiamo indignazione morale, il nostro sdegno è tanto più venefico e vendicativo, quanto più gagliardo arde in noi il fuoco del male. Nessuno può sfuggire a questa sorte, perché siamo tutti così profondamente membri stretti della comunità umana, che ogni crimine accende in qualche cantuccio della nostra anima una segreta soddisfazione. Ognuno alberga in sé il proprio criminale statistico, allo stesso modo in cui vive in lui un “folle” o un santo in potenza. In base a questa generale predisposizione umana esiste, riguardo ad ogni aspetto del comportamento, una corrispondente suggestionabilità o suscettibilità al contagio. La vista del male ridesta il male nella propria anima. Non è solo la vittima a soffrire, ma anche il carnefice e tutti coloro che si trovano nell’orbita del misfatto soffrono insieme a lei. Quando qualche elemento dell’oscuro abisso del mondo inconscio collettivo fa irruzione siamo tutti coinvolti.

Da un punto di vista esterno e concreto i più sono innocenti, sono le vittime, derubate, ingannate, oltraggiate, eppure, proprio per questo motivo, nel nostro sdegno morale scoppietta la fiamma del male. Così dev’essere, vale a dire è necessario che qualcuno si indigni e si faccia giustiziere in nome del fato: il misfatto richiede espiazione, tuttavia ci si può indignare senza perpetuare odio proiettando Ombra, nella misura in cui siamo coscienti della presenza della funzione inferiore nella nostra personalità. Quando non siamo coscienti della nostra funzione inferiore, ne abbiamo impressione e ci rende suscettibili e dà adito a tentativi di imporsi in modo eccessivamente compensatorio sugli altri e nel mondo.

Per esempio nella Germania nazista la conquista dell’intelletto o della tecnica costituiva un tentativo di compensazione dell’inferiorità del sentimento. Le teorie razziali pseudoscientifiche con il tempo hanno svelato l’inferiorità del sentimento agito del popolo germanico nel colludere più o meno coscientemente con lo sterminio degli ebrei.

Nietzsche ha descritto in Così parlò Zarathustra la figura del “pallido delinquente” che ricorda i tratti dell’isteria: il soggetto non vuole e non può sopportare la sua colpa, proprio come non può evitare di commetterla. Non rifugge così dall’autoinganno per risparmiarsi la vista di se stesso.

L’inferiorità, ovvero la funzione inferiore, una funzione non differenziata, rozza, primitiva, infantile, esiste realmente in ognuno di noi. Quando se ne ha un vago sentore, senza che la coscienza prenda parte attivamente ad un processo di accettazione, parziale conoscenza e dialogo con essa e sua gestione, può darsi una scissione della personalità, come se la mano destra non sapesse ciò che fa la mano sinistra, nel voler ignorare la propria ombra e nel ricercare negli altri ogni fosca colpevolezza, ogni elemento di inferiorità. In tal caso i soggetti si sentono circondati da individui che si pensa o si sente siano animati solo da spregevoli motivi, da individui di, in qualche modo, classe inferiore, che dovrebbero venir sterminati perché si possa mantenere la propria elevatezza e perfezione. L’ombra individuale che si manifesta tramite la funzione inferiore, si mostra all’opera semplicemente in tali pensieri e sentimenti e come si diceva inizialmente, la somma di agiti d’ombra di questo tipo, costituisce un’ombra collettiva potenzialmente catastrofica, come già abbiamo potuto constatare più volte nel corso della storia.

5. Isteria, propaganda ed esaltazione inflazionata

La totale cecità nei confronti del proprio carattere, la giustificazione autoerotica di sé stessi, la denigrazione o terrorizzazione del prossimo, la falsificazione menzognera della realtà, il cercare di imporsi sugli altri, il bluffare e imbrogliare le carte, sono sintomi di una scissione della personalità, sintomi di nevrosi isterica, diagnosi secondo Jung di colui, ad esempio, che fu immagine di una delle ultime catastrofi. La diagnosi più esatta per Hitler sarebbe stata, per Jung quella di pseudologia phantastica, una forma di isteria caratterizzata dalla particolare capacità di prestare fede alle proprie bugie. Nella pseudologia non si può essere certi che il movente principale sia l’intento truffaldino; spesso è il “grande progetto” a fare da protagonista e soltanto quando si avvicina il problema della realizzazione pratica di tale progetto, solo allora, in base al detto “il fine giustifica i mezzi”, si sfrutta ogni possibilità ed ogni mezzo diventa buono; questo significa che la situazione diventa pericolosa solo a partire dal momento in cui lo pseudologo viene preso sul serio da un pubblico di ampie dimensioni.

Jung stesso non esclude la possibilità che all’inizio Hitler potesse nutrire dei buoni propositi e che solo nel corso degli sviluppi successivi rimanesse vittima dell’uso del mezzo sbagliato o dell’abuso del mezzo di cui poteva disporre. La natura dello pseudologo è rendersi credibile ed è naturale constatare che la maggioranza dei tedeschi e come delle nazioni straniere, subisse il fascino dei discorsi di Hitler, così diabolicamente ben allineati con il gusto dello spirito del tempo dell’epoca. Dopo la seduzione iniziale del grande progetto, quando si acquisì consapevolezza di ciò che stava accadendo, venne a mancare ogni reazione. Ciò si spiega alla luce della disamina precedente considerando uno specifico stato mentale collettivo, una disposizione transitoria che in un individuo prenderebbe il nome di nevrosi isterica. Essa consiste nel fatto che gli opposti insiti in ogni psiche, in particolare quelli che riguardano il carattere, sono tra loro più distanti rispetto ai soggetti non isterici. Questa maggiore distanza produce maggiore tensione energetica, che produce maggiore energia e dinamismo ma anche intime contraddizioni, conflitti morali, disarmonia del carattere. Fenomeno ben descritto nel Faust di Goethe. L’elemento essenziale dell’isteria è una dissociazione sistematica degli opposti che normalmente sono strettamente congiunti tra di loro, un allentamento che a volte giunge a provocare una vera e propria scissione della personalità, ovvero una situazione ove la mano sinistra non sa ciò che fa la destra e dove è presente una stupefacente ignoranza dell’Ombra: si conoscono soltanto i propri buoni motivi e quando i cattivi non possono più essere negati, compare allora il superuomo senza scrupoli che si crede nobilitato già soltanto dalla grandezza della sua meta.

Non conoscere l’altro lato di sé porta ad una grande insicurezza interiore: si sente la presenza della propria ombra e della propria funzione inferiore ma non la si vuol conoscere, anzi la si nega e la si rifugge. Questo atteggiamento porta, per la naturale dinamica polare, all’accrescimento dell’Ombra. Da questo fenomeno nasce la millanteria, la presunzione, l’ignoranza, la sfrontatezza, la mancanza di tatto, il moralismo, la manipolazione.

6. Scienza e divinità

Come la colpa collettiva, così anche la diagnosi delle condizioni mentali coinvolge un popolo intero e oltre a questo tutta l’Europa, il cui stato mentale, constata Jung, non era tanto “normale” già da un po’ di tempo. Jung riuscì in molti viaggi a instaurare un rapporto stretto con popoli non europei, così da poter vedere gli europei con gli occhi di quei popoli.

Da tempi immemorabili la natura è sempre stata animata, ora viviamo in una natura inanimata, priva di dei. La psicologia e la filosofia, così come le religioni non possono negare l’importanza che le potenze dell’anima umana, personificate in spiriti e dei, hanno avuto in passato. Un semplice atto illuministico è bastato ad eliminare gli spiriti della natura, ma non i fattori psichici corrispondenti, come per esempio la suggestionabilità, la mancanza di senso critico, il timore, la propensione alle superstizioni e ai pregiudizi, in breve tutte quelle qualità caratteristiche che rendono possibile la possessione psichica. Se la natura è diventata inanimata, le condizioni psichiche che generano i demoni sono invece rimaste attive come sempre. I demoni non sono scomparsi, hanno solo mutato aspetto. Ora sono diventate potenze psichiche inconsce.

Questo processo di riassorbimento è proceduto di pari passo con una crescente inflazione dell’Io, osservabile chiaramente a partire dal sedicesimo secolo.

Si cominciò perfino a rendersi conto dell’esistenza della psiche, a scoprire l’inconscio. Così facendo si pensava di aver fatto piazza pulita di tutti i fantasmi, ma invece scoprimmo che gli spettri non stavano più nei ripostigli o tra le rovine, ma nelle teste degli europei in apparenza normali. Si imposero idee tiranniche, ossessive, entusiastiche, abbacinanti e gli esseri umani iniziarono a credere alle cose più assurde.

Jung insiste nelle sue opere che se si nega l’esistenza dei complessi, illudendosi di eliminarli con la loro semplice nomina, non è più possibile comprenderne l’effetto, che continua a permanere, e quindi non è possibile assimilarli alla coscienza. Essi diventano così un inspiegabile fattore di disturbo, che si finisce per credere che si trovi da qualche parte fuori di noi. La proiezione dei complessi produce una situazione pericolosa, in quanto si attribuiscono effetti disturbanti a una volontà cattiva al di fuori di noi, che naturalmente non potrà essere trovata da nessun altra parte se non nel vicino, il che conduce a deliri collettivi, motivi di guerra e rivoluzioni sanguinarie, in una parola a distruttive isterie e psicosi di massa.

Le vicende a cui assistiamo oggi e a cui assisteva Jung sono lo sfogo di un’alienazione mentale generalizzata, un’irruzione dell’inconscio sulla scena di quello che sembrava un mondo ordinato.

Ci troviamo di fronte ad una legge psicologica immutabile: una proiezione venuta a cadere, ritorna sempre alla sua origine. Si ha l’idea che Dio o gli dei siano morti, ma l’immagine psichica di Dio, che rappresenta una determinata struttura dinamica e psichica, ritorna nel soggetto e lo rende “simile a Dio”, lo inflaziona, produce cioè tutte quelle qualità che sono caratteristiche di individui folli e che perciò portano alla catastrofe.

La cristianità ha nel corso degli ultimi secoli perso quel ruolo autorevole di definire ciò che è bene e ciò che è giusto. Questo tipo di autorevolezza è passata dall’essere attribuita alla metafisica, all’essere ancorata alla volontà di chiunque disponga di potere.

Il novecento ci ha mostrato che nessuno può imporsi sull’altro senza rimanere schiacciato dalla propria volontà di potenza. Il voler essere simile a Dio non divinizza l’uomo, ma lo rende arrogante e risveglia tutto il male che c’è in lui. Ne crea una caricatura diabolica insopportabile per gli esseri umani. Torturato da questa maschera e perciò torturatore a sua volta, così rimane scisso dentro di sé e incarna un miscuglio di contraddizioni inesplicabili.

Jung ricorda che non si tratta solo della storia tedesca, ma di quella europea. I fatti parlano un linguaggio più chiaro e a chi non lo capisce non è più possibile dare alcun aiuto. Ognuno dovrebbe veramente scoprire da solo il modo di affrontare questa visione terrificante. Non è davvero cosa da poco riconoscere la propria colpa e il proprio male, e nulla si guadagna a perdere di vista la propria Ombra. L’essere consapevoli della propria ombra presenta infatti il vantaggio di porsi nella posizione di poter cambiare e di differenziarsi dall’inconscio collettivo. E’ solo nella coscienza che si possono apportare correzioni psicologiche. La coscienza della propria colpa può dunque diventare il più potente stimolo morale.

In ogni trattamento della nevrosi occorre individuare l’Ombra, altrimenti non è possibile alcun cambiamento. Dove la colpa è grande, la Grazia può essere ancora più abbondante e un evento di tal genere produce una trasformazione interiore che è infinitamente più importante di riforme politiche e sociali, le quali non sono buone in mano a soggetti che non sono in pace con sé stessi.

E’ questo un principio che si continua a dimenticare, perché il nostro sguardo è attratto dalle contraddizioni esistenti attorno a noi, invece di spingersi a esaminare il proprio cuore e la propria coscienza. Quello che non va innanzitutto e l’essere umano stesso.

Se la colpa collettiva venisse compresa e accettata si compierebbe un notevole passo avanti, ma ciò non sarebbe sufficiente a portare alla guarigione. Occorre un completo rinnovamento spirituale, che non può essere inoculato dall’esterno, che ognuno deve ottenere con le proprie forze, per convivere con questa Ombra. Neppure è possibile valersi di vecchie formule, valide nel passato, perché le verità eterne non sono tramandate meccanicamente, ma devono in ogni epoca scaturire dall’anima umana.

7. Conclusione

Per concludere si rimanda al manoscritto di C.G.Jung redatto nel 1948 in lingua inglese in risposta ad una richiesta dell’Unesco, che in seguito ad una delibera della seconda assemblea generale aveva incaricato il segretario di promuovere “ricerche su moderni metodi elaborati dalle scienze dell’educazione, delle scienze politiche, della filosofia e psicologia, volti ad operare un cambiamento dell’atteggiamento mentale sulle circostanze politiche e sociali necessarie per favorire l’applicazione di determinate tecniche”. Tale manoscritto s’intitola Tecniche di trasformazione dell’atteggiamento mentale in vista della pace nel mondo e compare come paragrafo 6 nell’opera 10.2 delle Opere edite da Bollati Boringhieri

In tale manoscritto Jung precisa che il termine atteggiamento mentale, è qui inteso non solo come fenomeno mentale ma anche morale: un atteggiamento viene diretto e sostenuto dall’idea dominante conscia, che è accompagnata dalla tonalità affettiva che spiega l’efficacia di quell’atteggiamento. L’idea di per sé non produce nessun effetto pratico finché non raggiunge il supporto di una qualità emotiva, senza di essa c’è dissociazione nevrotica. Questo spiega perché il mutare d’atteggiamento non sia affatto un compito facile, dato che implica sempre un considerevole impegno morale. Se quest’ultimo venisse a mancare, l’atteggiamento non verrebbe mutato realmente e, dietro la maschera di nuove massime, continuerebbero a sussistere le vecchie abitudini di vita.

Dai tempi medievali il nostro orizzonte mentale si è ampliato enormemente, ma purtroppo solo in senso unilaterale. L’oggetto esterno prevale sulla disposizione d’animo interiore. Sappiamo pochissimo di noi stessi, anzi rifuggiamo dal saperne di più. E tuttavia è l’essere umano ad avere esperienza dal mondo, ed ogni esperienza è determinata tanto dal soggetto quanto dall’oggetto. Logicamente, quindi, il soggetto dovrebbe essere altrettanto importante dell’oggetto, ma in realtà sappiamo infinitamente meno della nostra psiche che degli oggetti esterni. L’inconscio degli individui dotati di un alto grado d’istruzione, spesso assume, sotto certi aspetti forme incredibili, per non parlare dei loro pregiudizi e del modo irresponsabile con cui non si occupano degli oggetti interni. L’esempio che essi danno alle masse, produce effetti disastrosi. Conosciamo ora meno aspetti della psiche che nel Medioevo, poiché la nostra presa di coscienza e la nostra educazione non hanno tenuto il passo con l’orizzonte esterno i cui confini sono in continua espansione. E’ evidente che una conoscenza più approfondita della psiche umana prende le mosse da una migliore comprensione di sé stessi. Quando il metodo ha buon esito, spesso consente di integrare nella coscienza molto materiale che fino a quel momento era rimasto inconscio, con il risultato sia di ampliarne l’orizzonte, sia di accrescerne la responsabilità morale. Il pericolo principale sta nell’egoismo diretto ed indiretto, cioè nell’essere inconsapevoli dell’eguaglianza ultima dei nostri simili. L’egoismo indiretto si manifesta principalmente in un altruismo smisurato, capace perfino di imporre al nostro prossimo ciò che sembra buono e giusto a noi stessi, mascherandosi dietro ai principi dell’amore cristiano per il prossimo, dell’umanitarismo e dell’aiuto reciproco. L’egoismo presenta il carattere dell’avidità che si manifesta in tre modi: istinto di potenza, concupiscenza e accidia morale. A questi tre flagelli morali si aggiunge il più temibile che è la stupidità.

Una nazione è costituita dalla somma degli individui che la compongono, e il suo carattere corrisponde alla moralità media dei suoi componenti. Non v’è nessuno che sia immune da un male diffuso in tutta la nazione. Se coloro che si trovano alla guida non fanno parte di quella minoranza che sia immune dal male collettivo, resteranno vittime della loro volontà di potenza. L’avidità accumulata in una nazione sfugge a ogni possibilità di controllo a meno che non la si contrasti con la forza. Per questo il metodo analitico, che è essenzialmente un procedimento dialettico, la cui applicabilità ed efficacia è limitata rigorosamente all’individuo, costituisce una prevenzione necessaria in vista della pace nel mondo.

Zaira Cestari.

Bibliografia

C.G.Jung ( 1913-36). Tipi Psicologici. Opere, vol. 6, Torino, Bollati Boringhieri

C.G.Jung, (1929). Commento all’antico testo cinese “il segreto del fiore d’oro”, Torino, Bollati Boringhieri

C.G.Jung. (1941-58). Civiltà in transizione. Dopo la catastrofe. Opere, vol.10, Torino, Bollati Boringhieri.

Von Franz M.L. And Hillman J. (1971). Lectures on Jung’s Typology, Zurich, Spring Publications